sabato 17 aprile 2021

Effetto domino

Cialtroneria di chi un bel nulla move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove,

avrebbe chiosato l'Alighieri. Per cui Nerino Lanucci, che aveva rovinato, calpestato, disprezzato e danneggiato un bel po' di gente da vivo riuscì a rovinare, calpestare, disprezzare e danneggiare qualcuno anche da morto.
Come i nostri lettori ricorderanno pochi mesi prima di salutare il de cuius aveva arruolato Giovane e Brillante Tecnico (d'ora in poi GBT per brevità). Dopo venti e passa anni passati ad avvalersi di analfabeti, scalzacani, mascalzoncelli, frontebassa, pigri, barattieri, cialtroni, falliti, compagnoni, scansafatiche, parenti e corpivendole, perfino lui si era accorto che continuando a quel modo sarebbe arrivato pochissimo lontano e aveva pensato di correre ai ripari.
Poi successe quello che successe e GBT rimase in forza alla Premiata Ditta, annusicchiando intanto torno torno per vedere che aria tirava perché molto giustamente non si aspettava gran che. Tant'è vero che all'apparire del liquidator giudeo statuì pubblicamente e con una sarcastica scrollata di spalle che la Premiata Ditta non sarebbe arrivata alla fine dell'anno, e si mosse di conseguenza. Rassegnò le dimissioni, e dopo un conciliabolo con l'Ingegnere si accasò in capo a qualche giorno fra le truppe della Bellestoffe Thinking.
Laureato in economia e commercio e diplomato tecnico tessile, GBT era doppiamente competente e quindi doppiamente pericoloso. Superiorem non recognoscens, il vero imprenditore campese aborrisce la competenza dei sottoposti; a GBT l'Ingegnere trovò logica sistemazione nell'ufficio commerciale per l'Italia in compagnia di una sorta di clone campese di Anna Mazzamauro e della sua ingobbita comare, una ciabattona con la terza media che come supremo traguardo nella vita aveva avuto il fare una figlia insieme a un avanzo di galera con un passato di scagnozzo da estorsione oltretutto già nonno da diversi anni.
Ad unire fraternamente le due "signore", l'inveterata abitudine alla delazione.
Nel corso degli anni avevano sbriciolato, messo in cattiva luce e in pratica costretto alle dimissioni un certo numero di colleghi più bravi (non che ci volesse molto ad essere più bravi di quelle due) e di colleghe più avvenenti (non che ci volesse molto ad essere più avvenenti di quelle due) colorendo, esagerando o più semplicemente inventando pensieri, parole, opere ed omissioni a carico di chi aveva il torto di far loro ombra. Le lunghe conversazioni meridiane, pomeridiane o serali tenute con la porta ben chiusa nell'ufficio dell'Ingegnere non avevano altro argomento, anche se qualche individuo poco al corrente della situazione avrebbe magari pensato a qualche conversazione di lavoro. Che sarebbe stato bene affrontare, visto che le allegre comari di Campo riuscivano si e no a fatturare ogni mese quanto bastava per pagarsi lo stipendio, e non era nemmeno sempre detta.
Dopo un mese in quelle condizioni GBT aveva già voglia di spaccare crani.
Molta voglia di spaccare crani.
Si rivelò comunque buon profeta: la Premiata Ditta si ridusse nei termini da lui previsti all'equivalente economico-finanziario di una nana bianca. Ci sarebbe stato da scommetterci o da rimetterci l'orologio.
Molto prima che i destini si compissero GBT sbatté la porta e se ne andò imbestialito passando armi e bagagli alla concorrenza. "Io non posso rimanere parcheggiato là dentro da un mese all'altro, con quelle due [sostantivo femminile plurale estremamente squalificante] ad aspettare i comodi di un titolare che non si fa mai vedere".
Non si mise a spaccare crani, e viste le premesse fu già un progresso costruttivo.
Intanto però c'erano state due importanti fiere internazionali e GBT ci aveva messo diligentemente del suo ideando vari campioni, tutti finiti in collezione.
Al momento dei saluti nessuno -tantomeno le due delatrici, ovviamente- si era preso la briga di informare l'Ingegnere, che era sempre impegnato a farsi sfottere nelle associazioni di categoria e deridere negli studi televisivi. Tantomeno ci si curò di avvertire il personale commerciale addetto ai mercati esteri, che stava sudando sette camicie in giro per la Valacchia e la Moldavia a mostrare le meraviglie della Bellestoffe Thinking... e che solo al ritorno da un defatigante viaggio d'affari veniva messo al corrente del fatto che aveva dato a Cliente Importante, Cliente Fondamentale e Cliente Insostituibile -solo per fare tre nomi- chissà quanti campioni di tessuti il cui ideatore e responsabile di produzione era sparito nel nulla dalla sera alla mattina. Con ripercussioni facilmente immaginabili sui contratti da onorare e di conseguenza su un fatturato su cui c'era già da stare poco allegri.

giovedì 19 settembre 2019

Titolo del dibattito: "Le competenze imprenditoriali sono ereditarie? No." Fine del dibattito.

Il Padre Fondatore Numero Uno di Bellestoffe Group ha due figli, un maschio e una femmina. 
Il maschio si è laureato in economia e ha lavorato nel gruppo tessile fondato dal padre praticamente dal giorno successivo, in DatumStoff prima e in Bellestoffe Fashion poi.
Essere l'unico figlio maschio del padrone non gli ha per niente facilitato le cose; sia i sodali del padre che le maestranze lo hanno sempre considerato l'ultima ruota del carro, quello di cui non fidarsi, il meno riuscito, lo scarognato, insomma, uno da trattare sempre e comunque di scartina al punto che spesso i consigli di amministrazione cui avrebbe avuto ogni diritto di partecipare venivano convocati senza neppure avvertirlo.
Il sanguigno e sbrigativo padre non ha mai fatto proprio niente per nasconderglielo, anzi.
Quando aveva sui venticinque o trent'anni provarono anche a incoraggiarlo sulla via della politica, mandandolo a ciondolare nell'organizzazione giovanile di un partito che ai tempi furoreggiava e che allora come oggi era una delle destinazioni naturali dei figli cadetti, che vi venivano e vi vengono stivati perché non facciano troppi danni in fabbrica. Un atteggiamento che rappresenta da chissà quanto una specie di costante della borghesia imprenditoriale, con risultati che si vedono benissimo.
Insomma: il povero Emanuele Strini ha trascorso un paio di decenni a immalinconire negli uffici, tenuto buono con incombenze risibili e traccheggiando circondato da malevoli cachinni lardellati di sufficienza con cambi e valute estere, attività in cui fior di squali della finanza hanno trovato il modo di rovinarsi. A furia di picchiettare sulla tastiera del computer centrò la bolla finanziaria del 2001 e quella del 2008. Peccato che lo fece per il verso sbagliato, comprando azioni al massimo del loro valore e rivendendole a crollo avvenuto.
La cosa non gli fu perdonata. Passato per decreto paterno da un demansionamento all'altro, o a provvisori incarichi fatti apposta per cambiarlo di posto, si è trovato a sovrintendere ormai relativamente rasserenato alle rovine di un piccolo impero che era arrivato a schierare oltre un centinaio fra dipendenti e collaboratori e quasi una decina di ragioni sociali.
Alla sua imperturbabilità atarassica contribuiscono la stretta amicizia con le benzodiazepine (buttate giù come acqua) e i periodici soggiorni nella clausura di un austero eremo montano.
La figlia Isadora si laureò invece in giurisprudenza, e allo stesso modo venne a lavorare nella Premiata Ditta gomito a gomito con l'illacrimato estinto.
Come figlia del Padre Fondatore ebbe la sua congrua parte di quote sociali, al pari di un certo numero di parenti che campavano alle spalle di Bellestoffe Group senza mai aver mosso un dito in vita loro, e di qualche famelico aquilotto arciconvinto di essere un genio della trama e dell'ordito, tenuto buono con le briciole purché passasse a partita IVA consentendo ai fondatori di scaricare ogni rischio d'impresa sugli imprenditori di se stessi.
Gli anni in cui Isadora lasciò i codici per dedicarsi agli ordinativi erano ancora tempi in cui le pezze campesi si vendevano come le arachidi: i venticinque anni, l'aspetto da silfide e il modo di fare sicuro, uniti ovviamente al prestigio paterno, le permisero di essere ammessa alla corte del riservatissimo fondatore di quella Irrinunciabile Multinazionale che anni dopo Nerino avrebbe cercato di far fessa con i risultati che sappiamo. L'avvenire era comunque in grembo ai celesti, anche se ampiamente divinabile visto lo spessore del personaggio, e fu anche grazie a Isadora che Bellestoffe Group poté comunque rifilare per anni alla Irrinunciabile Multinazionale i pregiati capi d'opera dell'arte tessile campese.
Ora, a lungo andare ci si stufa di qualsiasi cosa. Il fondatore della Irrinunciabile Multinazionale si stufò di prendere fregature dalla Premiata Ditta, e Isadora si stufò di passare le giornate gomito a gomito con il "signor" Lanucci, per quanto buoni potessero essere gli introiti.
Dopo qualche anno Isadora, al culmine di un brutto periodo personale in cui diede pubblicamente in escandescenze un paio di volte (il solito "io vi licenzio tutti" e altra roba da padrone di ferriera) mise gli occhi su una ditta di confezioni dal nome teatrale che pareva ben avviata. Lasciò perdere il lavoro alla Premiata Ditta lasciando i soci e soprattutto i sottoposti a vedersela col sordido operato di Nerino e col disprezzo di clienti e fornitori, acquistò la società -con quali soldi non è dato saperlo, dal momento che il suo tenore di vita contemplava tante e tali spese da prosciugare qualsiasi conto corrente- e la trasformò radicalmente.
In primo luogo convinse alla spicciolata il personale a togliersi dai piedi, in modo più o meno amichevole, e lo sostituì con individui di suo affidamento scelti in base ai criteri che caratterizzano l'ambiente "imprenditoriale" campese e che privilegiano la remissività, l'esistenza di forti legami familiari e il sussistere di ineludibili necessità economiche di quelle che garantiscono la ricattabilità delle maestranze, lasciando fuori dai parametri di gudizio quisquilie come la competenza e la correttezza.
Poi ne cambiò la ragione sociale.
Poi ne cambiò la sede: la morìa di ditte, sottoditte e reparti aveva già allora liberato un mucchio di posto negli stabili del padre e una sistematina a furia di cartongesso e tempera, unita a canoni d'affitto eccezionalmente benevoli, avrebbe senz'altro messo l'impresa sulla strada giusta per macinare utili a tutto spiano.
In pochi mesi la volenterosa giovane si presentò come stilista con un marchio proprio, che sostituì il nome teatrale della ditta rifondata e trasferita.
Poi vennero le tappe successive, che per una giovane donna di grandi ambizioni sono sempre le stesse: matrimonio dallo sfarzo campese e gravidanza che più programmata non si potrebbe. Le condizioni e le circostanze del concepimento cronometri alla mano, per una giovane donna tanto dinamica e dall'agenda tanto fitta di impegni, che tanto chiede al proprio fisico, è meglio lasciarle all'immaginazione.
Al bambino fu imposto, più che un nome, uno stigma.
Allo stesso modo fu battezzata una linea di capi femminili destinati a un target altissimo ma pur sempre fatti a Campo, ovvero con materiali discutibili e lavorazioni in economia.
Lo stile della silfide nerovestita si era assestato da subito su capi che sarebbero stati plausibili soltanto addosso a una diciottenne reduce da un paio di annetti ad Auschwitz e alta almeno un metro e novantasei. Già questo riduceva gli acquirenti potenziali a numeri con tre cifre, per quanto grande e affollato sia il mercato di riferimento. Se poi pensiamo che erano a tre cifre anche i prezzi, e più sul novecento che sul cento, ecco materializzarsi qualche ostacolo in più sulla via del successo e della prosperità.
Incurante di ogni obiezione e fortissima dei portafogli paterno e maritale, la silfide partì in grande con una boutique monomarca a Castel degli Stucchi, una località della costa a un tiro di schioppo da Campo un tempo frequentata da campesi straricchi e ora infarcita di straricchi di altra provenienza, che hanno da molti anni superato i frequentatori originari negli ardimentosi campi dello sperpero, dello scialo e dei lussi grossolani. Isadora Strini si sarebbe accorta di una realtà scomoda: si tratta di una clientela non certo facile da attirare e che in questo settore le apparenze ingannano che è una meraviglia.
Piccolo particolare: per costruire la fama e la redditività di un marchio occorrono sempre e comunque decenni di lavoro, spesso anonimo e spesso sotto traccia. Pare che la cosa non sia rimpiazzabile con le campagne pubblicitarie, per quanto massicce e per quanto dispendiose, e meno ancora piazzando di punto in bianco un negozio di vestiti in una via commerciale, per quanto prestigiosa possa essere la location e per quanto alti possano di conseguenza essere gli affitti.
In meno di un anno i conti decretarono la tragedia. O meglio, l'avrebbero decretata nel caso di chiunque altro avesse avuto alle spalle finanziatori meno benevoli: un intervento paterno rimise tutto a posto e consentì un secondo tentativo.
Un po' meglio meditato, magari.
Perfino lei arrivò a tanto consiglio, il che in un individuo assolutamente egoriferito è già lodevole indice di un minimo di coscienza.
Dopo qualche mese di riflessione decise di non dannarsi l'anima coi ricconi in vacanza, e di andare a cercarli direttamente a casa loro con altri sistemi sperabilmente più efficaci. I vestimenti da internata disegnati dalle raffinate ed esigenti mani di Isadora avrebbero fatto bella mostra di sé in negozi on line e in negozi multimarca, aperti nei principali grandi magazzini di città mai sentite nominare ma sperabilmente esclusivi a sufficienza, visto che la Nostra ostentava un disprezzo da lord Brummel per qualunque cosa le sembrasse cheap. Il tutto, tenuto insieme con un battage pubblicitario fitto di endorsement prestigiosi, o assai più spesso presunti tali.
Per diversi anni il benevolo sostegno paterno e quello ancor più benevolo del marito, scelto a suo tempo con oculatezza fra i rampolli della Campo che Pensava di Contare, hanno puntellato lo stile di vita di Isadora e il suo costosissimo giocattolo -un'impresa comunque traballante che nei bilanci migliori chiudeva a malapena in pari- senza mai metterne in discussione la linea stilistica o la gestione. La visibilità mediatica e la fitta pubblicità del marchio Isadora Strini di conseguenza non corrispondevano affatto a una realtà consolidata, e in qualche caso hanno portato a esiti di comicità involontaria piuttosto notevoli, come l'orgogliosa presentazione della foto in cui compare una certa cantante ventenne ritratta con un prezioso capo Isadora Strini dopo essersi esibita in una performance televisiva.
Dopo, non durante.
Probabilmente il durante imponeva esborsi su cui perfino lei aveva dovuto ponderare con attenzione.
Insomma, i quattrini altrui hanno consentito a una campese di intestardirsi per chissà quanto a farsi largo a gomitate tra le grandi firme che infarciscono quelle riviste di moda che si ammucchiano dai parrucchieri e dai dentisti. Peccato che le svendite nell'outlet improvvisato nell'androne della sede centrale (lontanissima da qualsiasi prestigioso distretto commerciale) e tenute a cadenze sempre più frequenti parlassero una lingua piuttosto diversa e tutt'altro che trionfalistica.
Al mondo tutto ha un limite, anche la benevolenza del portafoglio dei congiunti, per quanto fornito. Dopo anni e anni e anni di presentazioni in sedi prestigiose, di interviste esclusive, di viaggi in business class alla scoperta dei mercati emergenti, di atelier nella capitale della moda, di ristoranti stellati, di modelle asfittiche, di location innovative, di ricevimenti in cui si siede quasi accanto a questo o a quel nome di fama mondiale e soprattutto di note spese con quattro zeri anche il più generoso pigmalione alzerebbe bandiera bianca, figuriamoci il secondo (e ultimo) discendente di una famigliola di imprenditori tessili campesi.
Stufo di turare con palate di quattrini i buchi nei bilanci-gruviera (un formaggio talmente cheap da essere senz'altro bandito dalla mensa di lei), a sottolineare la gravità della situazione il marito di Isadora approfittò della stagione calda per cominciare a presentarsi in ditta in calzoncini corti, come per far presente di essere rimasto in mutande. Un arbitrio inaudito, una licenza a un dress code inappuntabile cinque stagioni l'anno che in altri tempi non sarebbe stata tollerata ma che ora vedeva Isadora silente, se non proprio accomodante. Meglio non alzare troppo la cresta; non sarebbe il primo matrimonio che finisce con un fitto scambio di salve di stoviglie e suppellettili domestiche. Nel caso specifico aprire le ostilità avrebbe senz'altro messo a repentaglio un patrimonio di vasi Ming e di porcellane di Limoges.
A differenza di quanto successo con le precedenti cessazioni di attività avvenute in Bellestoffe Group la brigata dei dipendenti dovrà per intero arrangiarsi in proprio: non esiste più alcun ricettacolo in cui ricollocare gli esuberi.
Probabilmente, neppure in tutta Campo.

venerdì 1 marzo 2019

Esodo

L'agonia della Premiata Ditta fu preceduta e accompagnata dall'emorragia del personale. Che prese la via delle più varie destinazioni. In molti casi chi scrive esitò qualche palanca da questi trasferimenti approntando servizi e configurazioni, allestendo macchine e fornendo consigli e suggerimenti per lo più ignorati, dal momento che a Campo tutti hanno studiato alla scuola della vita e figuriamoci se c'è da preoccuparsi di roba del genere.
Ettore Maria Parvi era stato collega di Nerino ai bei tempi di Bellestoffe Tela. Nerino lo aveva trattato da un giorno all'altro per anni e anni in una maniera tale che dopo aver assistito a comportamenti repellenti, scene imbarazzanti e furberie continue, dopo aver insomma sopportato l'umanamente sopportabile, una sera qualunque un Ettore Maria ormai sull'orlo di una crisi isterica aveva fatto irruzione in un consiglio di amministrazione e alla presenza di una piccola folla di soci, manutengoli, mezzani e "professionisti" di quelli che ti vengono a trovare con la cravatta, raccontano due boiate e poi emettono fatture con tre zeri aveva gettato la spugna, aveva salutato e se n'era andato per sempre da Bellestoffe Group.
Un bel po' di anni dopo, il giorno dei funerali a Vallepirlo, il signor Parvi era parte della fitta schiera di persone perbene venute a controllare de visu che Nerino fosse morto davvero.
E morto schiantato.
Nei mesi successivi il signor Parvi intensificò i rapporti con i vecchi colleghi e tolse dalle ambasce Galeazzo Fabrizi (cacciato su due piedi da Patrizio Riva) nominandolo capo (e unico addetto) dell'ufficio commerciale della Parvitex, una delle svariate ditte tessili che aveva fondato e diretto dopo la sua brusca uscita dalla nostra felice famigliola.
Insieme a Galeazzo la Parvitex arruolò anche Solyanka Moskowitz, la rappresentante turkmena con cui il caro estinto aveva violato per anni almeno due o tre comandamenti, e tolse con briosa disinvoltura dalle manine rassegnate delle sorelle Redentori i due terzi del campionario della Premiata Ditta. La vendetta -piatto che va mangiato freddo- ha un buon sapore e ad Ettore Maria Parvi non pareva vero di rifarsi con gli interessi di quello che Nerino Lanucci gli aveva fatto passare; in poche mosse contava di (1) rafforzarsi sul mercato interno grazie a Galeazzo, (2) entrare nel mercato turkmeno grazie a Solyanka e (3) vivere di rendita sullo sviluppo di prodotti per una stagione almeno.
Piccolo problema.
Imbarcando velocissimo il Fabrizi, la Moskowitz e un campionario intero, il Parvi imbarcava ancor più velocissimo un campionario anche più assortito del variopinto ginepraio di furberie, favori incrociati, gabole e carambole su sui si regge da sempre l'industria tessile campese. Un ginepraio che finisce regolarmente con lo strangolare chi vi si addentra, specie se lo fa animato da intenzioni costruttive, dopo averlo avvinto e convertito; in città impera a tutti i livelli e in tutti gli ambienti un individualismo manicomiale simbiotico a una tradizione di accoltellamenti reciproci, di tradimenti tra soci, parenti e fratelli di sangue che solo chi ne ha frequentato gli ambienti lavorativi conosce bene. L'impressione che se ne ricava è che le imprese, a Campo, siano una via di mezzo fra il giocattolo e il bancomat in cui la disonestà impera ad ogni livello fra il padronale e il servile. Il campese venderebbe tranquillamente madre e fratelli per cinque euro, se gli servisse denaro per qualche consumo miserabile.
Com'era prevedibile in questo tempio di solida etica e di esistenze integerrime, a qualche giorno dall'incorporazione Fabrizi e Moskowitz erano, amiconi e cinguettanti, a fare bella mostra di sé sulle reti sociali. Anziché al lavoro -come sarebbe stato auspicabile- le immagini che li ritraevano insieme li mostravano in antichi centri storici e locali costosi, in contesti di shopping, in high streets di varie città europee. L'uomo dall'aperitivo facile e la donna facile anche senza aperitivo sapevano già come trarre il massimo vantaggio dal Parvi e dalla sua ditta.
Qualche tempo dopo, chi scrive ricevette una telefonata da Ettore Maria Parvi.
Ettore gettava la spugna; la Parvitex chiudeva perché prima di perdere soldi senza freno e di portare i libri in tribunale era meglio ammettere la sconfitta e limitare i danni.
Dopo due parole di convenevoli Ettore venne al sodo: gli servivano gli estremi di una certa casella di posta, perché qualcuno aveva combinato qualche guaio e occorreva almeno togliergli di mano quelle credenziali visto che l'indirizzo incriminato girava allegramente per tutto il variopinto mondo dei rappresentanti, dei mezzani e di tutto quell'universo di ben vestiti che campa alle spalle di chi lavora sul serio.
"...No, Ettore. Non c'è rimedio."
"Ma come?! Io sono entrato per cambiargli la password ma quello ha ricevuto l'alert ed è stato più veloce di me..."
"Appunto..."
Come i lettori avranno intuito, non esisteva rimedio perché Ettore Maria Parvi, campese della più bell'acqua del tipo che "piloto io, è tutto sotto controllo", per non pagare due lire di dominio aveva man mano assegnato a dipendenti e collaboratori indirizzi singoli su [grossissimo fornitore di servizi] che aveva personalmente creato e configurato uno per uno.
Risultato, tutti erano stati padroni di modificare le credenziali a piacimento.
Il rischio -pardon, la certezza- di quanto poteva succedere era evidente a chiunque non fosse un cinghiale o un campese. A fronte di questa politica, affrontata col consueto piglio ridanciano e con la granitica sufficienza che contraddistinguono i veri campesi in ogni atto della loro spesso miserabile esistenza, era inutile avanzare dubbi o messe in guardia.
A suo tempo chi scrive si era quindi ben guardato dall'aprire bocca, sicuro che i risultati non avrebbero tardato a occorrere. Adesso, alle prese con qualcuno che evidentemente non aveva limitato il proprio imperversare al gonfiare oltre ogni limite qualunque nota spese gli capitasse a tiro, Ettore Parvi faceva quasi compassione.
 

sabato 9 febbraio 2019

Termina la breve stagione di Patrizio Riva, consulente sedicente (o sedicente consulente, fate voi).

Il giorno precedente l'inizio della già descritta e importantissima fiera parigina di settore, dopo aver sparigliato carte, organizzazione, itinerari, logistica, tempistica, campionario, sistemazioni alberghiere, fondi cassa e catering, Patrizio Riva si decise finalmente a dare il benestare per la partenza.
Durante la permanenza in Francia non mandò né un SMS né un messaggio né una mail né un qualsiasi segno di vita che facesse trarre qualche auspicio sulle sorti della trasferta, sull'andamento delle campionature, sui tagli da preparare al volo, magari su auspicabile richiesta di qualcuno dei tanti, troppi clienti importanti che Nerino aveva circuito, ingannato, vilipeso o tradito per tanto, troppo tempo e che fosse di memoria tanto labile da consentire alla Premiata Ditta di farsi sotto un'altra volta.
Non che le maestranze ci sperassero molto; le giornate trascorrevano fra moti di spalle, allargamenti di braccia e pratiche sbrigate di malavoglia ad attestare la poca o punta fiducia che il basso ma sgradevole, l'assertivo ma fanfarone, il viscido ma imprevedibile Riva ispirava a tutti.
Tranne che alle sorelle Redentori, ormai accalappiate e costrette a ballare in una danza di cui non conoscevano né i passi né la musica e che si facevano portare avanti da una sostanziale incoscienza sotto lo sguardo vigile di Gianna Patrizi, sempre più attenta a ostentare la propria indispensabilità aziendale e a mettere la sordina al suo ruolo di custode, scrivano e soprattutto complice delle cialtronate e degli arraffi dell'illacrimato estinto.
Intanto che Patrizio Riva rispettava la kasherut divorando mortadella in riva alla Senna in compagnia di un team commerciale ridotto ai minimi termini dalle esecuzioni extragiudiziali, Gianna faceva in modo da assicurarsi la soft exit da una situazione che poteva ancora stritolarla suggerendo i passi successivi alle sempre più disorientate Redentori, che passavano dalla blanda curiosità alla completa abulia man mano che nuovi tasselli si aggiungevano a comporre il mosaico del disastro.
E altri indizi sulla vera natura del sedicente ebreo andavano col passar del tempo a completare il poco lusinghiero ritratto del signor Riva già abbozzato dal sobrio Pino Pierini fin dal primissimo momento. In un'epoca in cui anche i cani randagi rendicontano puntuali su qualche "social media" la propria quotidianità -e la cosa vale a maggior ragione per imprenditori o presunti tali, consulenti o sedicenti tali- Patrizio Riva risultava curiosamente inafferrabile e figurava poco o nulla; gli unici indizi reperiti sulle sue ostentate iniziative imprenditoriali e sui suoi folgoranti successi portavano a un pretenzioso e inutile fashion bar aperto a Campo qualche anno prima, e durato giusto il tempo di farsi svaligiare un paio di volte.
Il ritorno della truppa da Parigi non ebbe nulla della frenesia attivista con cui normalmente si concludevano le trasferte. Gli ordini di campionatura passarono alla Baranidze con una calma mai vista, la gloriosa cassa da imballaggio col materiale per le trasferte riprese la sua collocazione in magazzino ancorché sconciata dal biancastro patriziesco, e tutto tornò a svolgersi nella abulia tetra di cui si è già lungamente trattato... fino a quando, nell'immediato e per rapidissime tappe successive, i componenti dell'ufficio tecnico della Premiata Ditta sparirono alla spicciolata alla volta di altri lidi con un'unica eccezione, lasciando di fatto sguarnito l'intero settore produzione e disperdendo il know how aziendale, che Nerino aveva preferito lasciare alla memoria dei tecnici e di qualche appunto volante anziché sistematizzare in qualche modo perché il rischio era, come sempre, che le informazioni finissero prima o poi nelle mani sbagliate. Insomma, nell'epoca che prospetta l'ufficio senza carta una miriade di informazioni sulla composizione degli articoli, sul costo delle materie prime, sui costi di lavorazione e soprattutto sui terzisti da evitare perché presi in giro (se non proprio truffati) da Nerino era affidata a fogli volanti, faldoni e memoria dei singoli.
E poi a Campo le cose sono sempre state fatte in un certo modo, vale a dire spiegandosi a gesti, interiezioni, imprecazioni e bestemmie; perché mai cambiare un approccio alla produzione e alla vendita che hanno funzionato tanto bene, producendo tanta ricchezza.
Ora, personale commerciale decimato e tecnici spariti significano due cose. Nessuna penetrazione di mercato e nessuno a dare seguito produttivo a eventuali ordinativi. Proprio quello che ci vuole per una ripresa dell'attività.
Il tutto si verificò praticamente in capo a tre giorni, e senza che nessuno si curasse minimamente di correre ai ripari.
Anzi.
Nell'imbrunire di una giornata qualunque a fine gennaio, lo stesso consulente del lavoro nella cui anticamera Patrizio Riva aveva ciondolato chissà quanto in attesa di carne fresca si presentò in ufficio amministazione.
Chiamati uno per volta, due terzi dei superstiti compreso chi scrive si sentirono schiaffare in ferie prima e in cassa integrazione a seguire, sine die e senza prospettiva alcuna. Le sorelle Redentori, facendone dare annuncio al consulente, trovarono anche il modo di risparmiare qualche decina di euro di corrispondenza raccomandata, paludando la cosa dietro la patetica forma della delicatezza verso maestranze tanto fedeli e affezionate. Come sempre in questi casi, mistero e silenzio sovrintendevano alle motivazioni della decisione anche se fu subito chiaro che gli esclusi dalla drastica misura contemplavano Gianna Patrizi e pochissimi altri, il che fa pensare che l'attivismo premuroso dell'Amministrativa Taciturna avesse pesato non poco sulla scelta delle teste da troncare e pazienza se di fatto l'attività della Premiata Ditta ne veniva paralizzata in ogni settore con tanti saluti a qualsiasi prospettiva di ripresa per ipotetica che fosse.
Dopo qualche altro giorno tascorso non è dato sapere come ma verosimilmente ostentando lo stesso attivismo inconcludente che tanto lo aveva fatto disprezzare, Patrizio Riva realizzò finalmente che la Premiata Ditta era un osso tutt'altro che polputo.
Insomma, non c'era nulla da arraffare.
Cosa diavolo ci stava a fare, lui.
Cominciò a dirarare la propria presenza e a diluire il proprio impegno; ad un mese circa dalla visita del suo sodale (e sicuramente complice in chissà quante operazioncine dello stesso costruttivo genere) si congedò dalle sorelle Redentori con due parole per iscritto... e sparì chissà dove.
Non male, come operazione di rilancio.

lunedì 12 febbraio 2018

Continua la breve stagione di Patrizio Riva, consulente sedicente (o sedicente consulente, fate voi).

L'ingresso di Patrizio Riva nella Premiata Ditta risaliva ai primi dell'anno e la stagione avanzava veloce: ferveva il lavoro per preparare le manifestazioni fieristiche di febbraio il cui svolgimento si annunciava più tribolato del solito.
Si è visto che nel suo imperversare scacazzando come un vivace e molesto piccioncino in tutte le attività, in tutte le stanze e in tutti i magazzini, Patrizio aveva criticato, rivisto, corretto in modo arbitrario ma confuso, fermo ma inutile, supponente ma tronfio ogni aspetto della produzione. Si era impicciato persino della grafica della carta intestata, del layout della posta elettronica, del tono e del vocabolario usato dal personale commerciale per rispondere al telefono. In campionario il "consulente aziendale", abbreviato in C.Az. per immaginabili motivi, aveva dato il meglio di sé ingiungendo la messa in pratica di disposizioni che rendevano evidente a chiunque come il suo vero scopo non fosse affatto quello di risollevare le sorti della Premiata Ditta e di chi aveva ancora la dabbenaggine di lavorarci.
Koka Baranidze, pur piegata dal lutto e circondata dal disprezzo palese che si riserva alle favorite ormai in disgrazia, aveva comunque fatto del suo meglio e centinaia di campioni appesi in bell'ordine aspettavano solo di essere etichettati e spediti.
Stop.
Tutto da rifare.
Qui non va bene niente, come al solito.
Patrizio Riva fu perentorio. A pochi giorni dall'inizio del periodo più convulso dell'anno l'intero campionario, comprendente prodotti di ogni genere, venne spedito di corsa in tintoria a fare un bagno nel colore che lui (e lui solo) aveva statuito essere "di tendenza": un nero mai visto, che fu passato senza alcun ritegno su tessuti eterocliti ed eterogenei. "Tinto filo" e "tinto pezza", pelliccette, tessuti a maglia, lino, merletti e tessuti tecnici finirono tutti in un democraticissimo bagno di nero o di antracite o di chissà che altro, con quei risultati ripugnanti che anche chi non distingue un pigmento da un cane lupo avrebbe potuto tranquillamente prevedere.
Al ritorno della merce il C.Az. (ottima e calzante abbreviazione) fece finta di cadere dalle nuvole e fece altrettanto finta di rammaricarsi. Lo sconforto gli passò comunque subito: ordinò di completare lo scempio facendo dare una mano di smalto bianco sulla cassa da imballaggio in legno grezzo con cui da anni e anni si affidavano agli spedizionieri i materiali fieristici e che poi finiva a far parte dell'arredamento dello stand, e se ne tornò tranquillo a casa sua a prepararsi per l'importantissima trasferta di lavoro. Il personale non poté che trarre conferma della convinzione di trovarsi di fronte a un'articolata campagna di sabotaggio, e non certo alla preparazione di un rilancio della ditta e dell'attività in grado di far uscire il bilancio dalle secche in cui boccheggiava. Gianna Patrizi ebbe a tempo debito la fattura della tintoria, che andò a gonfiare il passivo di qualche altro centinaio di euro.
Le manifestazioni fieristiche erano sempre state una vera orgia di spese; sistemazioni alberghiere e trasporti venivano di solito scelti e fissati con molti mesi di anticipo. Viridiana aveva a suo tempo prenotato come sempre hotel e viaggio per il personale, affatto prevedendo che di lì a poco un tizio mai visto l'avrebbe messa alla porta come se nulla fosse. Ovviamente, anche le sistemazioni alberghiere scelte da Viridiana furono pesantemente criticate da un Riva in piena foia da spending review; ormai però le prenotazioni erano state fatte e le caparre versate, per cui almeno sotto questo aspetto dovette ingoiare il rospo, accontentarsi di fare fuoco e fiamme e di limitare il contenimento delle spese alle voci viaggio e catering.
I viaggi aerei furono disdetti, nuovamente fissati, nuovamente disdetti, nuovamente fissati fino a quando Patrizio non riuscì a trasformare le trasferte di lavoro in una via di mezzo tra un'odissea e una partita di gioco dell'oca, a furia di voli a basso costo diretti in aeroporti negletti e lontanissimi.
Per quanto riguarda l'alimentazione, Nerino aveva sempre imposto al personale fieristico cene serali all'insegna di quel lusso grossolano che per lui era una ragione di vita; roba da cento o duecento euro a coperto, per intenderci.
Qui Patrizio Riva toccò il culmine.
Con somma coerenza per le proprie vantate -o meglio millantate- origini e con relativa attenzione alle norme della kasherut, il signor Riva si mise in viaggio per una fiera tessile di importanza mondiale ostentando una corposa mortadella. "Portiamo questa, per mangiare allo stand; giorno dopo giorno compreremo solo il pane."
Della piacevolezza, del clima di sana e costruttiva cooperazione che caratterizzava l'impegno fieristico della Premiata Ditta si è già detto. Si immagini il tutto sotto la direzione di un capetto di questa fatta.
La drastica revisione degli itinerari, decisa personalmente dal C.Az., aveva assicurato almeno una certezza: il due terzi del personale sarebbero arrivati nello stand allestito in un'importantissima manifestazione europea con tutta calma, dopo una notte insonne e a fiera abbondantemente cominciata.
Quanto più un rilancio è impegnativo, tanto più è importante partire con il piede giusto.

domenica 19 novembre 2017

Comincia la breve stagione di Patrizio Riva, consulente sedicente (o sedicente consulente, fate voi).

L'esordio di Patrizio Riva nel ruolo di "consulente" della Premiata Ditta non era stato dei migliori e il (poco) tempo che trascorse fra i musi sempre più lunghi e i bilanci sempre più desolati non contribuì affatto a migliorare la prima impressione che parecchia gente si era fatta di lui. Le uniche a trovarvi un'intesa furono le sorelle Redentori, alle prese con una realtà che giorno per giorno si faceva più schifosa, e Gianna Patrizi, che da tempo aveva in mente le mosse necessarie a togliersi da una situazione che rischiava di farla finire letteralmente in galera.
Alle rampogne che il Riva affastellò fin dal primo giorno sulle maestranze che lo guardavano come si guardano certi strani animali urticanti o mordaci -e la cui sprezzante sufficienza fu come si è visto immediatamente rintuzzata da pacate e documentate disconferme- fece seguito un periodo che delle rivoluzioni e dei rilanci mostrò soltanto gli stravolgimenti, le ingiustizie e le bassezze, senza alcuno dei connotati ideali e propositivi che sono propri di tempi del genere.
Va detto che già nel corso della riunione in cui si presentò alle maestranze Patrizio dette sbrigativo inizio al suo nuovo corso facendosi largo letteralmente a gomitate e chiudendo la porta della sala campionario in faccia a Galeazzo, cui ricordò senza giri di parole che la natura collaborativa del suo rapporto di lavoro faceva di lui uno zero spaccato e comunicandogli che poteva considerarsi fuori dai piedi da quel preciso istante. Galeazzo si trovò senza lavoro, senza reddito e senza spiegazioni che non fossero il piglio deciso di questo prestigioso e volitivo consulente aziendale, e la cosa non gli piacque troppo. Nei mesi seguenti espresse più volte ad alta voce la convinzione di essere arrivato a un niente da investire il mingherlino Riva con la propria automobile e che la cosa non si era verificata solo perché gli era riuscito di accasarsi altrove in tempi relativamente ragionevoli.
A Viridiana toccò subito dopo; tornando in ufficio al termine del fervorino rivierasco i sottoposti la trovarono che racoglieva le ultime sue cose e liberava la scrivania. Dopo oltre vent'anni di lavoro era bastata mezz'ora per estrometterla da ogni cosa con modi che un essere umano -ovvero chiunque non sia un campese- non userebbe neppure per liberarsi di un mendicante insistente. Affinché non ci fossero dubbi di interpretazione sulla perentorietà della sua sorte, nei giorni successivi le fu slegata dietro anche la solita serqua di minacce legali. L'estromissione di Viridiana dalla Premiata Ditta fu perentoria, completa, assoluta e radicale: lo stesso Gaspare non ebbe dal Riva altro che quelle considerazioni scivolose e svicolanti in cui è maestra la marmaglia specializzata in riduzioni del personale.
A dire il vero, Patrizio Riva non era neppure questo: era qualcosa di meno e qualcosa di peggio, come avremo occasione di vedere.
La vedova Redentori e la sorella, tolta da non si sa quale anfratto in cui impacchettava oggetti tutto il giorno e dunque in possesso delle competenze necessarie a ricoprire il triste e logorante ruolo di amministratrice in una situazione del genere, seguivano il Riva che rovistava, giudicava, spostava, inveiva, commentava e confrontava assecondandolo in tutto, e solo in quei giorni presero effettiva contezza del fatto che la voragine lasciata da Nerino rischiava di lasciarle letteralmente in braghe di tela. 
In concreto Patrizio Riva, al netto delle secche geremiadi sulle cose che andavano (nessuna) e su quelle che non andavano (tutte) scompaginò il campionario, massacrò la residua produzione, spulciò i bilanci risaputamente manomessi e passò in rassegna i conti bancari cabriolet intrufolandosi ovunque e imponendo inutili e fastidiosi cambiamenti a prassi e comportamenti consolidati. Insomma, quello che fa qualcuno che sa di essere completamente inutile -se non dannoso- solo per dimostrare che esiste... sempre che non abbia altri scopi.
L'estromissione del Fabrizi e di Viridiana liberò una stanza; il sottoscritto, unica nota positiva, poté finalmente schiodarsi dal ripostiglio in cui si era sistemato anni prima e accomodarsi ad una vera scrivania in un ufficio degno di questo nome.

venerdì 1 settembre 2017

Entra in scena Patrizio Riva, il cialtrone a sei punte

Inizia l'anno nuovo anche nella Premiata Ditta. Tutto sembra filare come al solito: Viridiana Lanucci ha preso molto sul serio la sua funzione di amministratrice -sia pure pro tempore- e fa ovviamente del suo meglio, ma il bilancio continua allegramente a fare acqua da ogni parte e i revisori contabili a far finta di nulla come al solito. 
Le fiere campionarie di settembre, organizzate con vergognoso dispendio di mezzi ma senza pagare un ghello di trasferte al personale mandato all'estero ad ammazzarsi di lavoro per una settimana (secondo la prassi campese), sono state affollate come al solito di curiosi, sfaccendati, maneggioni e rompiscatole assortiti, oltre che di qualche raro cliente. La cosa non deve sorprendere se si pensa che la prima regola di Nerino era sempre stata quella di imbrogliare, ingannare, fregare e abbindolare chiunque gli capitasse a tiro, per qualsiasi motivo e con qualsiasi scusa. Gli appuntamenti fieristici della Premiata Ditta erano sempre stati visti con un misto di imbarazzo e di fastidio dal personale commerciale, spesso costretto proprio in quella sede a rispondere della pindarica amministrazione di Nerino e della sua personalissima concezione dell'onestà e della correttezza. Anche il turn over dei rappresentanti, piuttosto alto nel corso degli ultimi anni di esistenza della Premiata Ditta, in occasione degli eventi fieristici era motivo di silenzi imbarazzati e di articolate e patetiche manovre di evitamento. Da molti anni si era d'altronde dato il caso di personale di Bellestoffe Group letteralmente cacciato dagli stand di altri espositori a motivo dei più che discutibili comportamenti di Nerino, per cui da tempo era già molto se gli appuntamenti fieristici della Premiata Ditta non si concludevano con una totale rimessa. 
Proprio l'insultante sfarzo delle trasferte, con cene in ristoranti dal costo imbarazzante e hotel a quattro stelle, fu pretesto per un burrascoso consiglio di amministrazione in cui la gestione di Viridiana venne passata a pettine fitto da revisori improvvisamente incarogniti, che rovesciarono su di lei le responsabilità di decenni di gestione criminale. Tutti sapevano che Viridiana contava qualche cosa solo sulla carta e che per accusarla a qualsiasi titolo della situazione in essere ci volevano una totale ignoranza, una totale malafede o un miscuglio delle due cose.
All'inizio di gennaio gli eredi Lanucci avevano cominciato a capire in che razza di situazione si fossero venuti a trovare; Teresa Redentori, che non si era mai occupata di nulla ed aveva vissuto fra gli agi che Nerino non le aveva comunque fatto mancare, era convintissima di poter salvare il salvabile e aveva quasi metabolizzato l'effetto del primo apparir del vero. In questo, lei e la sorella Immacolata erano state oggetto di amorevoli rassicurazioni da parte di Gianna Patrizi: i crediti bancari ancora disponibili e un corposissimo portafoglio clienti erano ottima garanzia per il futuro. Niente era perduto, insomma. Con un congruo numero di licenziamenti scelti con cura e l'immissione di competenze pronte e sbrigative la situazione poteva senza dubbio essere gestita al meglio. 
Naturalmente nulla di tutto questo corrispondeva al vero. I fidi bancari aperti in due o tre istituti erano una voragine milionaria, e il portafoglio clienti era corposissimo... perchè negli indirizzari figuravano centinaia di prestigiose imprese con cui la Premiata Ditta non aveva rapporti da anni in virtù dei motivi su ricordati. Al momento del tempestoso consiglio di amministrazione di cui sopra stavano tra l'altro materializzandosi le conseguenze di uno degli ultimi colpi di genio di Nerino. 
Gianna Patrizi mentiva sapendo di mentire. Perfettamente consapevole della situazione, doveva ad ogni costo evitare che individui poco compiacenti mettessero il naso nella contabilità e potessero far presente agli eredi la sua corresponsabilità in quella che era una bancarotta fraudolenta bella e buona. Nel corso degli anni tutto Bellestoffe Group aveva malignato circa i suoi rapporti con Nerino che le avevano fruttato, si diceva, addirittura una bella casa in un quartiere signorile o l'arredamento della stessa, a seconda delle voci. 
Pur di evitare imbarazzanti spiegazioni se non proprio la galera, Gianna fece e strafece. 
Per sapiente caso (il mondo è veramente piccolo) nell'anticamera dello studio di commercialista in cui si tenne il consiglio di amministrazione che esautorò Viridiana delle sue ultime prerogative e la spedì a casa a calci dalla sera alla mattina ciondolava un individuo basso ma robusto, borioso ma ciarliero, cinico ma profittatore. 
Immediatamente dopo la fine del consiglio di amministrazione Patrizio Riva piovve dalla luna direttamente negli uffici della Premiata Ditta, portandosi dietro Teresa e Immacolata e promettendo minaccioso che con l'indomani tutto sarebbe cambiato. 
L'indomani venne convocata una riunione plenaria in sala campionario. Era la quarta in dieci anni. La terza era stata dopo la morte di Nerino; le altre due si erano compendiate di invettive senza capo né coda. Comodamente assiso a capo del preziosissimo tavolo antico a cui Nerino riceveva complici e sodali, Patrizio Riva calpestò sbrigativamente tutte le maestranze. Inutili cialtroni pigri e sciocchi che non eravamo altro: lui sì che ci sapeva fare, lui sì che sapeva come ci si comporta nelle fiere, con i clienti, con la produzione. Lui aveva lavorato dai Fratelli Questi, alla Tessile Codesti e al Quelli Pronto Moda, altro che Premiata Ditta. Che cos'era quest'aria dimessa, da poveri sciatti? Forza: pulire, riassettare, sistemare, muoversi! 
Povero Patrizio. Non aveva fatto i conti con Pino Pierini. 
La gravità dell'ora aveva reso Pino più magro, muscoloso e arcigno che mai. Alzatosi serissimo dal proprio scranno, e scandendo bene nomi e cifre, il signor Pierini ricordò a Parizio Riva come i Fratelli Questi fossero falliti cinque anni prima, che la Tessile Codesti era in amministrazione controllata e che la Quelli Pronto Moda aveva chiuso l'esercizio precedente con un passivo da tenere sveglio la notte anche un imperatore delle finanze. Esiti un po' strani, per uno tanto competente e tanto determinato. 
Patrizio non incassò bene: glissò e passò a vantare le proprie origini ebraiche e i propri stretti contatti con la Parte Indaco, una formazione di muscolosi tatuati che una volta l'anno in una vicina grande città contendono ai loro simili dei Pervinca, degli Ocra e degli Arancio la posta di un gioco folkloristico noto per la violenza sanguinaria dei suoi adepti. 
Un paio di domande tecniche precise, avanzate immediatamente e con una certa noncuranza misero subito in chiaro che il signor Riva non disingueva un tallit da un kibbutz. 
A riunione ultimata, una telefonata a un esponente degli Indaco provvide a chiarire che da quelle parti non conoscevano nessun Patrizio Riva. 
Per dare esauriente prova delle proprie competenze, al signor Riva era bastata qualche ora. 
Giusto il tempo di arrivare alla pausa pranzo.

venerdì 21 aprile 2017

La morte di un imprenditore lascia un cordoglio sincero

A distanza di qualche mese dalla morte di Nerino Lanucci si poteva concludere che l'evento aveva lasciato le maestranze della Premiata Ditta alle prese con una delle elaborazioni di lutto più veloci di cui si fosse mai avuta contezza.
Le eccezioni, e neppure troppo fitte, bisognava andare a cercarle fra le corpivendole che dal Lanucci e dal suo saccheggiare i conti aziendali avevano tratto -chi per una sera, chi per dieci anni- di che vivere più che agiatamente.
Qualcuno giurava di aver visto la vedova Teresa Redentori al mare ad abbronzarsi tranquillamente appena un paio di giorni dopo il funerale. Nulla di male nel tirare un po' il fiato: i mesi a venire avrebbero grondato spiacevoli sorprese e le avrebbero richiesto una considerevole forza d'animo.
La condotta criminale di Nerino, peraltro nota a tutti, aveva iniziato rapidamente a svelare in pieno i propri effetti e la cosa aveva almeno il pregio di indicare con certezza quale sarebbe stato il futuro della Premiata Ditta, lasciando qualche dubbio solo in merito ai tempi e ai modi con cui il naufragio si sarebbe concluso.
Nelle conversazioni quotidiane tra colleghi e corrispondenti il discorso cadeva spesso sullo sbeffeggiato estinto; il sollievo di non averlo più tra i piedi si mescolava a sprezzanti considerazioni sulle sue prodezze imprenditoriali, e regnava concordia sul fatto che in occasione delle esequie la chiesa fosse piena a maggioranza di gente venuta ad assicurarsi che fosse morto davvero.
Ad un lettore fornito di un minimo di umanità il contesto potrà sembrare riprovevole, ma la popolazione di Campo conta un buon numero di individui capacissimi di lasciarsi andare ad attestazioni di disprezzo anche peggiori, e senza pensarci troppo su. Lo stesso Nerino era solito commmentare ogni notizia luttuosa con uno sprezzante "meglio lui che io", qualche che fosse la persona venuta a mancare, e a Campo si tratta di una considerazione che si riscontra con serena normalità. Una misura attendibile dell'empatia e del senso dell'umanità di cui ogni giorno forniscono prova i suoi abitanti, insomma.
Si racconta per esempio che una ventina di anni prima un imprenditore campese proprietario di non si sa quanti immobili affittati a prezzi di tornaconto fosse rimasto vittima di un bruttissimo incidente. In uno stabile appena costruito un pesantissimo cancello a scorrimento elettrico in via di installazione aveva funzionato male ed in seguito a chissà quale manovra lo aveva orrendamente mutilato delle gambe.
Prima di morire aveva spasimato per un mese.
Il giorno dopo il funerale la figlia era giunta al lavoro in lacrime, cosa in sé comprensibile ma non legata a quanto successo. Alle domande degli astanti, cui l'aspetto francamente disperato della ragazza era parso sopra le righe persino tenendo conto delle circostanze, aveva raccontato di essersi fermata a bere un caffè in un bar. Un altro avventore l'aveva riconosciuta e le aveva detto: "Ah, sei tu la figlia di quello stronzo?! Sai una cosa? Quello che gli è successo è niente, rispetto a quello che si sarebbe meritato...!"
Così, tra un cappuccino ed un caffè, in un locale pieno di gente e senza che nessuno trovasse da ridire.
Il caldo della piena estate aveva stimolato battute e sarcasmi appropriati. In una particolare occasione un magazziniere di Bellestoffe Fashion, una delle ex consociate con cui la Premiata Ditta condivideva magazzini secondo una mappa precisa al centimetro e redatta secondo criteri da guida in stato d'ebbrezza, si mise a spostare materiali grezzi manovrando un carrello elevatore. Pino Pierini gli andò incontro: "...Hai chiesto al titolare se puoi spostare quella merce...?" "...Giusto, glielo chiedo subito," rispose l'altro. Poi, voltando lo sguardo al cielo: "...Nerino, posso spostare..." e Pino: "No, non da quella parte." Al che l'interlocutore cambiò espressione e direzione e, volgendosi bene contro la terra: "...Nerino, posso spostare queste casse...?"
Il mese di settembre, col cambiare del clima, era stato accolto da un cambio di registro: "...Buongiorno ragazzi, è raffrescato un po', oggi, vero...?" "...Eh sì, quasi dappertutto...!"
Sulla destinazione finale, sul luogo metafisico cui Nerino era destinato per l'eternità, non era sensato avere dubbi.

domenica 16 aprile 2017

Buon compleanno, Nerino!

Dopo un'incerta estate fatta di navigazione a vista con Viridiana Lanucci al timone in un mare punteggiato di iceberg chiamati insoluti ed esecuzioni forzate, il secco mese di settembre portò tra le altre cose alla Premiata Ditta la ricorrenza del primo compleanno post mortem del signor Lanucci. 
Si ricorderà che la campionarista Koka Baranidze faceva da anni la parte della favorita in un parco sgrinfie privo di veri limiti numerici, e vi primeggiava anzi da tempo per influenza acquisita e per prebende ricavate. 
Dopo la scomparsa di Nerino il suo ruolo si era istantaneamente e rovinosamente ridimensionato, e la poveretta doveva affrontare quotidianamente compagni di lavoro piuttosto propensi a farle scontare in ogni maniera possibile gli ormai trascorsi fasti; il suo ruolo informale di quasi responsabile dello stile l'aveva portata a scontrarsi quotidianamente con tecnici e personale commerciale contentissimi ora di trattarla da appestata. 
La situazione, a ben vedere, non rappresentava altro che un peggioramento repentino di un processo già in atto perché da sempre Koka non poteva azzardarsi a mettere piede fuori dal perimetro di sua stretta competenza (campionario e magazzino) senza essere oggetto di plateali attestazioni di disprezzo da parte del personale delle altre ditte di Bellestoffe Group. 
La morte di Nerino, semplicemente, aveva portato all'istante dalla parte dei nemici anche i colleghi propriamente detti, non più costretti a fingere condiscendenza e sopportazione. 
Il giorno del compleanno di Nerino, chi scrive si recò per verificare alcune cose in campionario, aspettandosi di trovarvi Koka, ivi limogé da mesi. 
Nessuno in campionario, nessuno in magazzino: nessuna traccia della Baranidze. 
 In compenso c'era il bravo Pino Pierini, decano dei magazzinieri la cui propensione a farsi mettere i piedi in testa da Nerino Lanucci era sempre stata prossima allo zero e che quel giorno era più sarcastico che mai. 
"...Eh, oggi era anche il suo compleanno: lo stesso giorno di Silvio Berlusconi. Dio li fa e poi li accoppa, vero? Peccato che per ora ne abbia accoppato solo uno..." 
A quel punto era chiaro anche perché Koka Baranidze non si vedesse in giro. 
"...No, certo che Koka non è qui: è al cimitero... Vedrai se poi non c'è anche la torta..." 
Nerino aveva brigato per anni, in piena consapevolezza, per assicurarsi l'eternità in un luogo metafisico molto preciso. Quali sarebbero stati dunque gli ingredienti principali dell'altrettanto metafisico dolce? Pece? Zolfo? Filo spinato...? 
"...No, no: la torta c'è sul serio: vai a vedere di là che cosa c'è sul condizionatore..." 
A prendere il fresco sul condizionatore c'era davvero una busta, con dentro un dolce di qualche genere. Sicuramente l'idea di Koka era quella di una mesta spartizione fra i presenti, ultimata una visita al cimitero condotta con una certa discrezione...

lunedì 10 aprile 2017

L'imprenditore tessile: un mestiere pieno di tensioni

Il signor Nerino Lanucci aveva indubbiamente qualche pregio, primi tra i quali la costanza del tono dell'umore, permanentemente virato al nero, e la coerenza nei confronti delle persone perbene, trattate come feccia tutte quante indistintamente. Non è da escludere che la non limpidissima coscienza del protagonista di questi sciagurati scritti avesse, in tutto questo, un ruolo di una certa importanza.
In poche parole Nerino Lanucci era uno che riusciva a stare antipatico anche salutando al mattino; fortunatamente di solito ometteva di farlo, cosa di cui le maestranze non si duolevano affatto dal momento che meno lo vedevano e meglio stavano.
Il cognato del mai abbastanza disprezzato signor Lanucci si chiama Gaspare Melchiorri. Una ventina di anni fa ne ha sposato la sorella Viridiana in una cerimonia celebrata tra gli sghignazzi dei presenti, trattandosi di uno di quei casi in cui neanche l'abituale ipocrisia della civiltà contemporanea basta a coprire le grosse onte su cui si stende un abito nuziale il cui colore bianco dovrebbe rimandare a purezze andate alle ortiche già da un bel pezzo.
L'episodio che stiamo per narrare risale a sei anni prima della morte di Nerino. Questo la dice lunga su quanto radicato e antico fosse l'andazzo (che non a caso fa rima con) che Nerino aveva imposto alla quotidianità aziendale, e sul clima organizzativo che già all'epoca regnava in Bellestoffe Tela.
In un giorno lavorativo qualunque di un mese qualunque di quell'anno Gaspare si era destato di buonissima ora, si era recato in Bellestoffe Tela a prendere qualche ferro del mestiere e poi era partito alla volta di una rifinizione di Vallepirlo per controllare l'andamento della produzione affidatale e che consisteva in non meglio precisati trattamenti finali per varie migliaia di metri di materiali già tessuti e tinti. Una volta sul posto aveva riscontrato una serie problemi e seccature di cui voleva parlare immediatamente con Nerino. Rovinare una partita di merce a causa di una lavorazione errata è cosa disastrosa ma non infrequente, specie in un distretto tessile dove l'incultura è un vanto e dove persino elementi fondamentali della comunicazione aziendale sono espressi a monosillabi e grugniti; compito del tecnico coscienzioso è limitare questo tipo di incidenti al minimo possibile.
Insomma, Gaspare era tornato veloce in sede ed aveva puntato diritto verso il lussuoso ufficio di Nerino al primo piano. Non ebbe neppure il tempo di entrare prima che Nerino gli indirizzasse un torrente di male parole, vomitandogli addosso una serie di invettive e di urla -cui nessuno fece gran che caso dal momento che erano parte del suo ordinario approccio a chicchessia- e cacciandolo strepitando dalla stanza.
Gaspare, forte della confidenza che gli derivava dalla stretta parentela e soprattutto del fatto che era almeno trenta centimetri più alto e una buona ventina di chili più pesante, aveva ripiegato in buon ordine. Salvo rientrare immediatamente nella stanza e dirigersi a pugni serrati verso la scrivania di Nerino, scandendo: "Ehi, guarda che se stanotte non hai scopato, la colpa non è certo mia...".
A quella considerazione pacata e astiosa al tempo stesso il de cuius si era sfasciato sulla poltroncina da padroncino, e aveva detto: "Eh, il problema è che ho scopato troppo... Mi sono arrivate delle cose a casa..."
Insomma: qualcuno si era preso la briga di avvisare Teresa Redentori -la consorte legittima di Nerino- delle tresche del marito, presumibilmente a mezzo posta ordinaria.
Eccole qui, le principali preoccupazioni di tanti ultraquarantenni responsabili di impresa, le cose che davvero li rendono insonni, confusi e distratti.
Cosa volete che fossero dieci o ventimila metri di prodotto quasi finito che correvano il rischio di presentare difetti irrimediabili...

mercoledì 5 aprile 2017

Una partita a biliardino

Dal 2001 in poi le varie ditte di Bellestoffe Group, prima sparpagliate per mezzo distretto, si divisero un complesso di due edifici pressoché gemelli all'interno di un unico lotto, nella nuova zona artigiana ed industriale a sud di Campo. Gli stabili, pressoché speculari, avevano una zona adibita ad uffici e un'altra adibita a (grossissimo) magazzino. Erano stati realizzati con l'impegno di Torquato Succhielli, l'ingegnere figlio di Padre Fondatore Numero Due che a tutto pensava meno che a curare la commercializzazione e la produzione della Bellestoffe Thinking, che era l'impresa cui doveva in buona parte la propria indiscutibile agiatezza. A lavori conclusi Torquato aveva fissato il proprio ufficio al primo piano di uno dei due; vi si arrivava in ascensore oppure percorrendo le due rampe di una scala coperta da un lucernario luminoso, e vi si accedeva tramite una elegante porta a due battenti di vetro sabbiato.
Sul pavimento di granito del corridoio antistante, a qualche passo di distanza, fu collocato un biliardino o calcino o calciobalilla, lo si chiami come si vuole. Le Vincenti Realtà Imprenditoriali sono sempre al passo coi tempi, e a Torquato era parso che nulla fosse al passo coi tempi come destinare alle maestranze qualche strumento di relax sul luogo di lavoro, specie se si pretendeva che sgobbassero per una decina di ore giornaliere venendo retribuite per otto soltanto, come d'uso corrente nel tessile campese.
Insomma, di quando in quando nel corso della giornata le invettive di Nerino Lanucci, i suoi strepiti, le sue imprecazioni e il suo scorrazzare venivano almeno parzialmente coperti dai suoni bruschi e forti di quell'arnese; lo stesso Nerino non disdegnava ogni tanto qualche partita. 
Un anno circa prima dell'appuntamento di Nerino con i servigi di non so quale impresa funebre, lui e Torquato avevano preso a trovarsi al biliardino e a giocare praticamente ogni sera, all'incirca tra le sei e le sette. Il biliardino, per i due, era diventato un punto d'incontro praticamente perfetto per la trama e l'ordito di complicate macchinazioni.
Cosa tramavano, ordivano e macchinavano Torquato e Nerino? E come mai Nerino concedeva tanta confidenza ad uno di quelli che non più tardi di un anno prima lo avevano letteralmente scaricato, intimandogli anche di guardarsi bene dall'usare il nome Bellestoffe per le sue sconcezze?
Il fatto è che sia il de cuius che il Padre Fondatore Numero Uno detenevano quote della Bellestoffe Thinking, di cui Torquato era anche amministratore.
Durante le partite, a suon di mezze parole, digressioni e "non detti" in stile 'ndràngheta i due affilavano le armi: scopo della sommossa, far fuori il Padre Fondatore Numero Uno nel corso di un'assemblea societaria, liquidarlo e rimanere padroni incontrastati anche di quel campo.
Problema.
I soci davvero importanti erano quattro ed il quarto, che aveva una quota di minoranza cui nessuno badava, era un signore che poco poteva contribuire alle magnifiche sorti e progressive di Bellestoffe Group e di Campo tutta. Molti anni prim si era trovato su una monovolume guidata da un demente che non trovò di meglio che fare un'inversione ad U su una strada di proverbiale pericolosità, e fu centrato in pieno da una macchina che veniva in legalissimo senso opposto. Risultato, danni neurologici diffusi ed una sostanziale tetraparesi.
I congiurati andarono a cercarlo: si erano accorti che in due non sarebbero riusciti nel loro intento, sicché diventava indispensabile averlo dalla loro.
Questo signore, che a Padre Fondatore Numero Uno doveva una parte non piccola della propria fortuna, si rifiutò sdegnato di prestarsi ad un'operazione che era una vile pugnalata alle spalle, ed osò perfino argomentare il proprio rifiuto.
Da quel momento in poi Torquato si assicurò personalmente che Venisse messo all'indice, ostracizzato, damnatus in aeterno come solo i campesi sanno fare quando qualcuno osa pestar loro i calli. Confinato da solo in un ufficio al pian  terreno, tagliato fuori da ogni cosa e messo letteralmente in condizioni di non nuocere, il poveraccio abdicò a tutto, ed iniziò a trascorrere le giornate facendo solitari al computer.
Ah, il senso di solidarietà dell'imprenditoria campese...!

giovedì 23 marzo 2017

E la Bentley tornò sola

Prima del suo mal corrisposto idillio con un SUV decisamente fuori misura, all'incirca verso il 2005, Nerino Lanucci aveva posseduto una Saab sportivissima che aveva preso a tenere parcheggiata in un angolo appartato del magazzino.  Il perché è presto detto: passando dalla strada i creditori già allora in corposa crescita sia per numero che per somme esigibili avrebbero potuto notare la Saab in uno dei parcheggi aziendali, inferire la sua presenza in ditta e magari fermarsi a pretendere di persona qualche riscontro. Dopo che uno di questi gli aveva fatto la posta all'ingresso per un intero pomeriggio e se ne era andato solo dopo esser stato pagato con un assegno (la Gianna Patrizi era adata a portarglielo dopo un affannoso consulto sul da farsi) Nerino aveva pensato bene di correre ai ripari.
La cosa lo parò per qualche tempo dalle conseguenze fisicamente più rischiose di un incontro con qualcuna delle persone perbene che aveva già fregato in vari modi e per vari importi, ma non dal rancore delle maestranze. Al termine di un furibondo litigio per qualche inutile quisquilia, di quelle che i padroni prendono a pretesto per rifarsela con qualche sottoposto, un magazziniere sbatté la porta e non si fece più vedere. Prima però era passato dal magazzino e con un oggetto appuntito aveva inciso un meritato insulto a stampatello sul retro della Saab.  
Al momento della morte Nerino Lanucci utilizzava abitualmente due anonime utilitarie, una Bentley ed un'altra Saab ben più nuova e ancor più lussuosa della prima, rispettivamente bianco ghiaccio e nero antracite. Il costo totale era pari a quello di un appartamento piuttosto spazioso.
Nerino le usava a giorni alterni, forse per intonare la prima con gli spezzati rosso pervinca e azzurro elettrico, e la seconda con quelli rosa fucsia e giallo fosforescente che costituivano le sue tenute più sobrie.
Nella Bentley, poi, entravano comodi nel bagagliaio l'intero set da golf e la ventiquattrore per le fughe nello scannatoio di Vallesecchielli, ed avanzava anche tutto il posto che serviva per i bagagli dell'amante in carica o delle prostitute a rotazione rapida che Nerino non si faceva mai mancare.
Padre Fondatore Numero Uno, che pure è uno degli imprenditori più ricchi di tutta Campo, aveva più volte espresso perplessità davanti ad una simile ostentazione di opulenza: dove trovava mai Nerino tutto quel denaro? La sua era una curiosità più formale che altro, dal momento che aveva tollerato per decenni le nequizie di quell'individuo, ma un panorama preciso del disastro poté averlo solo ad esequie avvenute e anche per quello ci volle diverso tempo.
Insomma, lo stile di guida di Nerino, i suoi gusti sopra il rigo e la chiassosa apparenza dell'ensemble auto-conducente non passavano certo inosservati. Non passarono inosservati neppure ad un signore di spiccata iniziativa che tre mesi prima della sua dipartita aspettò che Nerino parcheggiasse e scendesse da una delle due vetture in una tranquilla stradetta del centro per saltargli addosso e alleggerirlo in simultanea di tablet e portafogli, sparendo poi come inghiottito dalla terra.
Dopo la morte di Nerino e nello stupore generale dovuto alle pazzesche rivelazioni sulla sua condotta che si arricchivano di giorno in giorno di nuovi e deprimenti particolari, la Bentley rimase per mesi nel parcheggio del complesso di stabili in cui aveva sede la Premiata Ditta prima che qualcuno si risolvesse a toglierla di lì per portarla chissà dove.
Dopo quasi un anno si presentò in ditta il giovane ed esuberante agente per il mercato emiliano e romagnolo, degnissimo sodale di Nerino per quanto riguardava comportamenti di spesa da fucilazione e condotte irresponsabili: la prima cosa che si era premurato di comunicare a chi scrive, prima e ancora del proprio nome e cognome, era stata la sua passione per il gioco d'azzardo assecondata con frequenti viaggi verso le bische di Nova Gorica e di Opatija.
Ad accoglierlo trovò una ancora disorientata Teresa Redentori vedova Lanucci, che presiedeva esterrefatta al graduale palesarsi dello sfascio, ed una sempre più sfuggente Gianna Patrizi, intenta a barcamenarsi tra contabilità e mezze verità perché in un contesto un po' più chiaro la sua complicità nei reati finanziari di Nerino sarebbe saltata gli occhi anche del più indulgente dei revisori contabili. Proprio da Gianna questo signore sperava di ottenere finalmente il pagamento delle provvigioni che gli spettavano.
A porta socchiusa e tra un singhiozzo e una risata, lo scialacquatore e la signora Redentori rievocarono per una mezz'ora i bei tempi andati e la vita con Nerino, così estroso ed effervescente, così imperioso e volitivo che mai aveva pagato il bollo né dell'una né dell'altra macchina, dando anche furibondi ordini in merito alla fedele Gianna ripetuti in più di un caso sbraitando al cellulare.
Ora, i sistemi informatici hanno una discreta memoria e che è piuttosto difficile fargliela in barba, per quanto estrosi ed effervescenti, per quanto imperiosi e volitivi si possa essere e per quanto si sia alzata la voce al cellulare.
I mancati pagamenti saltarono puntualissimi fuori di lì a qualche settimana, quando Teresa si rassegnò a vendere entrambe le automobili, e presero la forma concreta di arretrati sovratassati e salatissimi.
Le automobili, per quanto pacchiane possano essere, difficilmente rappresentano un buon investimento; il valore già in diminuzione dei due supponenti ed arroganti catafalchi lanucciani risentì in una certa misura della stolta arroganza che era l'essenza stessa di quell'individuo e che permeava ogni minimo aspetto della sua esistenza. A conti fatti Nerino riuscì a farsi ricordare anche per questo ultimo, stolto tocco alla voragine di debiti di cui era stato primo ed indiscusso artefice.


mercoledì 21 dicembre 2016

L'imprenditore tessile non bada solo al profitto, ma anche alla solidarietà di classe

Attorno al 2001 o giù di lì Bellestoffe Group controllava e possedeva, tra le altre cose sparpagliate per mezza Campo, una serie di piccole imprese che svolgevano varie attività di lavorazione, ivi compresa una tessitura a telai circolari.
Con l'apertura della nuova e pvestigiosa sede che accorpò buona parte delle attività -ed il cui mantenimento grava a tutt'oggi per la sua parte sui prezzi finali dei prodotti, a quanto è dato sapere- Padre Fondatore Numero Uno decise che era ora di liberarsi di un po' di macchinari e di un po' di gente che aveva il torto di lavorare per lui senza rendergli abbastanza. Padre Fondatore Numero Uno identificò il proprio pollo nel signor Elvis, uno degli operai di cui sopra.
Elvis, cittadino georgiano, era arrivato clandestino e si era regolarizzato lavorando come due negri.
Caduto nella rete come un capponcello (così pensava Padre Fondatore Numero Uno) e promosso imprenditore sul campo, l'ex operaio di tessitura Elvis ha continuato a lavorare sedici ore al giorno esattamente come prima e a condurre quel tipo di vita astiosamente spartano e sparagnino che fa detestare gli arricchiti ancor di più degli arrivati. Padre Fondatore Numero Uno gli aveva sbolognato i telai e tutto il resto, convinto di essersi liberato di un peso e di aver rifilato ad un gallinaceo un'intera trafila in perdita.
A meno di cinque anni dai fatti, Elvis invece è finito sui giornali di Campo e provincia per la sua laboriosità e per l'autentico capolavoro di integrazione compiuto, vidimato, protocollato ed approvato dalla varia umanità che ciondola a giornate nelle redazioni e nei palazzi della pubblica amministrazione.
Il problema di Elvis diventò proprio questo. Lavora tu che lavoro io, era riuscito ad accaparrarsi risorse più che sufficienti a vivere degnamente lui e la brigata parentale rimasta sulle montagne del Caucaso. Dopo altri anni ancora, grazie ai propri agganci politici, riuscì ad aprire proprio in Georgia un'intera trafila produttiva dalla tessitura alla rifinizione. Lo fece utilizzando macchinari comprati dai campesellli falliti, per i quali la che la cosa essenziale era ed è sporcarsi poco o per niente, e andare a pvendeve l'apevitivo in qualche locale sulla costa dai costi ridicolmente astronomici, con il Rolex ad un polso e all'altro qualcuno di quei braccialettini che conferiscono anche all'eterosessuale meno vacillante quel cenno di ambiguità che va tanto di moda.
I campeselli non l'hanno certo perdonato.
Sparito dai giornali e oggetto di apertissimo disprezzo da parte della casta imprenditoriale campese, Elvis non ha fatto una piega.
Anzi.
Del magazzino della Premiata Ditta si è già lungamente trattato; accanto alle merci in ingresso ed in uscita, a vario ciarpame polveroso, a pezze-campione che mai nessuno aveva degnato di uno sguardo, ai tessuti greggi e a materiali urgentissimi fatti arrivare anni fa per via aerea franco fabbrica dall'altra parte del mondo e neppure tolti dagli imballi il magazzino comprendeva anche vecchi mobili, macchinari in disuso ed altre cose del genere.
Venuto a sapere dal de cuius che una macchina per il controllo delle pezze gregge stava a prendervi polvere nell'angolo più remoto, Elvis aveva osato chiedergli di vendergliela: cinquecento euro, ché altri cinquecento doveva spenderli per spostarla e rimetterla in funzione.
La risposta di Nerino Lanucci fu un bel NO.
No, così imparava ad ostinarsi a lavorare, mentre lui aveva da firmare gli assegni alle sue mantenute!
Elvis la prese piuttosto male.
A parte tutta quanta la storia imbastita nella certezza di aver trovato qualcuno cui rifilare quella che pareva proprio una di quelle fregature da annichilire qualcuno per decenni, quello non era certo il primo dispetto che qualcuno di Bellestoffe Group gli faceva così, per puro principio, perché i non campesi quello meritano e non altro.
Ormai da molti anni in grado di camminare con le proprie gambe, Elvis colse l'occasione per ribadire a stretto giro di posta al Padre Fondatore Numero Uno che la sua ElvisTex non avrebbe più lavorato per Bellestoffe Group a costo di crepare, letteralmente.

Dopo qualche mese dalla morte di Nerino l'indirizzo della Premiata Ditta finì per competenza anche a stocchisti, rigattieri ed altra gente che sente odore di carne marcia e che piomba sulla preda prima che si muovano i curatori fallimentari.
Un giorno venne un ferrivecchi e, dietro pagamento, si portò via la macchina.
Cinquecento euro in meno nella colonna dell'avere, cinquecento euro in più in quella del dare.
La distruzione di un'impresa tessile richiede attenzione anche ai dettagli.

sabato 3 dicembre 2016

Rivelazioni. Non apocalittiche, ma imbarazzanti lo stesso.

Abbiamo raccontato di come, dopo che le ideone imprenditoriali dell'amico carissimo Nerino Lanucci lo ebbero ridotto letteralmente in braghe di tela costringendolo ad un mesto ritorno all'ovile, Galeazzo Fabrizi fu riammesso (e reimmesso) nel giro come rappresentante.
Si trattò di una sorta di risarcimento da parte di Nerino, che in qualche remotissimo recesso della coscienza doveva provare quel minimo di rimorso per aver coinvolto il Fabrizi (moglièra e figghi a carico) nelle sue pazzesche imprese.
Da parte sua un segno di benevolenza non da poco e del tutto eccezionale, vista l'abituale noncuranza con cui si rapportava verso qualunque cosa si frapponesse tra lui e lo sperpero.

Di lì a qualche anno il Fabrizi si è visto morire Nerino letteralmente tra le braccia, al termine di una partita di squash come tante. In pratica, tra le infinite persone che avevano avuto a che fare con Nerino e che il giorno dei funerali avevano riempito la chiesa per essere sicure che fosse morto davvero, si trattava dell'unico che nutrisse per lui un sincero affetto e che ne attirasse la confidenza.
Va detto che la notizia della scomparsa di Nerino fece il giro di Campo -e di internet- in capo ad un giorno. Gli unici che espressero cordoglio commentando qua e là sui giornali e su Facebook furono quattro o cinque compagni di giochi... che non lo vedevano da circa quarantacinque anni.
Insomma, tra Nerino Lanucci e Galeazzo Fabrizi esisteva un rapporto stretto, la cosa era nota un po' a tutti e spiccava come una mosca bianca tra le relazioni personali di Nerino, per il resto fatte di insulti, ricatti, fregature e prestazioni a pagamento.
Questo rapporto finì alla base di una scena di bassissimo registro, verificatasi poche settimane dopo la morte di Nerino nel parcheggio che la Premiata Ditta condivide con tutte le consociate di quel Bellestoffe Group da cui era stata separata a furor di notai causa le costosissime estrosità del suo padrone incontrastato. 

Una sera di mezza estate Galeazzo si era messo in macchina e si accingeva ad allontanarsi. La vedova di Nerino era corsa fuori dalla porta del magazzino e gli si era parata davanti, tentando letteralmente di non farlo andar via. "...Galeazzo, ma tui sai chi è... Qui mi prendono tutti in giro... Dài, dimmelo...!" "...No, no, io non dico nulla." "...Ah no?! E allora sai cosa?! Non venire più a portare le rose alla tomba del tuo amico, capito?!" "Ma quali rose, ma quale tomba?! Io i fiori li porto al campo dove giocavamo a squash insieme..."
Galeazzo aveva finalmente fatto manovra e se n'era andato per i fattacci suoi, lasciando basita sotto il sole al tramonto la povera Teresa, alle prese con il carico da undici della fresca vedovanza e della cascata di mortificanti ed abiette rivelazioni che le cadeva addosso un giorno sì e l'altro pure.
Nerino era nella tomba da meno di due mesi, e la situazione andava palesandosi nella sua crudezza anche a Teresa Redentori in Lanucci. Non bastando i dati contabili che erano quelli che erano, con i creditori che si stavano facendo vivi letteralmente di persona e Nella Garzetta dell'amministrazione che aveva smesso da tempo di rispondere al telefono per non arrivare a sera col pieno di insulti, bestemmie, invettive ed esplicite minacce alla sua virtù, la povera Teresa aveva finalmente -e traumaticamente- cominciato a capire che razza di merdaio da assistenza sociale fosse l'impresa del marito. Quando andava al cimitero vi trovava fiori freschi: rose, soprattutto. Chi poteva avercele messe...? Il numero delle easy ladies con cui il de cuius aveva intrattenuto commercio era piuttosto vasto: con certezza si sa di violazioni al sesto comandamento ripetute e continuate che riguardavano (1) Koka Baranidze la campionarista georgiana (2) quel capolavoro di discrezione e professionalità di Gianna Patrizi -che era ed è partecipe dello sfascio, tutto sapendo e tutto avendo avallato- e (3) la rappresentante Solyanka Moskowitz. A questo harem più o meno stabile andavano aggiunte "professioniste" dal turn over troppo frequente per poterle contare; alla fin fine anche Teresa aveva dovuto rendersi conto che non si poteva più far finta che il pozzo nero non fosse traboccato.
Oggetto di scoppiettanti sfottò fatti di mezze parole, risatine e toccatine di gomito tra gli astanti che andavano ad aggiungersi ad una situazione per nulla allegra per proprio conto, la povera donna era ad un passo dal crollo.

mercoledì 16 novembre 2016

L'imprenditore: qualcuno che si è fatto da solo. A volte sembra che si sia fatto da poco.

A tratti, nel corso della sua breve e farsesca esistenza, Nerino Lanucci è stato anche punto da quella bovaristica vaghezza del successo e del far da sé senza l'aiuto di nessuno che sono il vero (e stolto) banco di prova dell'imprenditore tessile campese. Lungi da lui l'idea di fondare un'azienda e di occuparsene in concreto; il suo concetto di impresa era: si prende un magazzino in affitto, si stanziano due palanche rastrellando personale tra amici, parenti e sottopagati assortiti e si vede come va. L'importante era che non mancassero compagnia femminile e serate in locali costosi, il resto non era affare che lo riguardasse.
Un giorno qualunque di una decina d'anni prima della sua illacrimata scomparsa, Nerino Lanucci ebbe una lunga e confidenziale conversazione con l'elegante Galeazzo Fabrizi, di cui era amicone da un secolo e che in quel periodo si presentava in ditta in completi antracite o grigio pirla che non stonavano affatto con la poltrona dirigenziale che si era fatto assegnare a quarant'anni appena compiuti. Qualche giorno dopo Galeazzo annunciò che abbandonava Bellestoffe Group per "affrontare altre sfide professionali", come dicono sempre i licenziati con disonore e gli incoscienti talmente egoriferiti da non riuscire assolutamente a percepire l'odore della mensa dei poveri cui si stanno dirigendo di gran carriera (appunto) grazie alle proprie stesse scelte.
Sul perché del repentino abbandono della nostra felice famigliola da parte di Galeazzo circolarono solo mezze parole e qualche sorriso da gioconda leonardesca, un po' come succede quando qualche fanciulla in fiore sparisce dalla circolazione perché ha deciso di imprimere una svolta radicale alla propria vita, svolta radicale che di solito consiste nel farsi mettere incinta dal primo che passa.
L'esempio è calzante. Dopo aver vagheggiato chissà quale raggelante casetta in Canadà le fanciulle in fiore in capo a dieci mesi al massimo si ritrovano triplicate di peso e dimensioni a mandare avanti casa da sole e ad ingrossare le statistiche sulle ragazze madri; in ancor meno tempo Galeazzo si ritrovò zeroplicato di quattrini e portafoglio, in mezzo di strada e ad ingrossare le statistiche sugli incapienti. Dopo aver fatto anche lui chissà quali castelli in aria.
In meno di un anno si ripresentò, coda tra le gambe, in Bellestoffe Group mendicando uno strapuntino, uno sgabello, un piatto di sbobba purché fosse. La poltrona dirigenziale era finita in chissà quale ripostiglio. Via i completi da imprenditore di successo, cominciò a sfoggiare una serie molto limitata di vecchie tute da ginnastica lise e stinte.
La brillante iniziativa di Nerino gli era costata, letteralmente, anche i vestiti.
Cos'era successo?
Era successo che Nerino aveva deciso di aprire una ditta di confezioni, vale a dire di abiti finiti, in una strada non troppo distante dalla sede di Bellestoffe Group. L'aveva chiamata Genoveffa C., probabilmente in onore di qualche sciacquetta che era riuscito a conquistare con i soliti sistemi.
Una di quelle che ora si sono modernizzate e si fanno chiamare fashion blogger o wedding planner o magari dog sitter se proprio sono alle loro prime depilazioni, tanto per capirci.
Naturalmente la Genoveffa C. si era rivelata fin da subito una voragine mangiasoldi.
Era equipaggiata in tutto e per tutto con un paio di macchine del tipo "taglia-e-cuci" capeggiate da una stilista fuori dal giro da anni e mandate avanti da Immacolata Redentori, la cognata di Nerino anche lei sparita velocemente dalla Bellestoffe Group dietro ad immaginabili sogni di gloria e di camparini tiepidi alla discoteca CiccyPuppy di Vallesecchielli Terme. Il rimanente del personale era rappresentato da Galeazzo, che avrebbe dovuto andare chissà come e chissà dove (e col senno di poi anche chissà perché) in cerca di clienti, e da un'operaia di mezza età a tempo parziale.  
Penetrazione di mercato: zero.
Ordini: zero.
Fatturato: molto meno di zero.
La sciagurata stilista smollò il colpo dopo tre mesi e sparì, seguita sei secondi dopo dall'operaia, che Nerino aveva avuto cura di gonfiare ben bene di invettive e recriminazioni come faceva immancabilmente con chi considerava inferiore per entrate o per classe sociale.
L'alacrità con cui Nerino produceva drop out pieni di motivatissimi risentimenti non mancò certamente di far sentire i propri effetti nel medio termine. Insieme alla disinvoltura con cui tralasciava di onorare gli impegni, il suo particolarissimo modo di rapportarsi con il prossimo fece sì che il personale di Bellestoffe Group dovesse cercare in ogni transazione ed in ogni contesto sociale di non far identificare il gruppo di aziende con la sua persona, pena conseguenze umilianti anche sul piano personale. In più di un caso i tecnici e gli impiegati commerciali erano stati invitati ad abbandonare lavorazioni o stand fieristici una volta appurati i loro legami con il Lanucci, con immaginabili conseguenze e non soltanto in termini di ritorno di immagine.  
Insomma, sparito il personale le taglia e cuci rimasero a prender polvere fino alla scadenza del contratto d'affitto; Nerino aveva trovato qualche altro giocattolo con cui trascorrere le giornate, e si disinteressò completamente della Genoveffa C. e di tutto quello che la riguardava.
Due ore prima della scadenza e temendo le ire di un locatore con cui aveva sicuramente avuto altre occasioni ed altri motivi di attrito -il pagamento di canoni, tariffe e fatture era già all'epoca l'ultimissima delle preoccupazioni di Nerino- il Lanucci telefonò ad un'ora assurda al Melchiorri e gli chiese di occuparsi del trasporto delle macchine. Gaspare saltò praticamente dal letto e andò con un furgoncino ad occuparsi della bisogna. Sul posto trovò Immacolata e Galeazzo: alle prese con due voluminosi gelati, i due non avanzarono nemmeno a livello formale l'offerta di aiutarlo a caricare. Gaspare caricò sudando le taglia e cuci e le riportò bestemmiando abbondantemente nei magazzini di Bellestoffe Tela, dove già all'epoca andavano accumulandosi peccati, scarti, errori di produzione, materiali arrivati da casa del diavolo per via aerea franco fabbrica e mai utilizzati ed altre nefandezze simili.
I veri costi di questo "fare impresa" non li seppe mai nessuno. Galeazzo ripartì con le sue mansioni di impiegato commerciale in Bellestoffe Tela (dopo qualche mese tornò anche in possesso della famosa poltrona), Immacolata sparì verso altri lidi, Nerino riprese ad imbrogliare i soci, a fregare i fornitori e a servirsi generosamente del personale femminile sotto le consuete insegne.
 

giovedì 8 settembre 2016

La fedeltà e la discrezione del personale amministrativo sono essenziali per l'imprenditore di successo

Tra i vari argomenti fin qui affrontati ha spesso trovato posto la trattazione particolareggiata di vari comportamenti il cui assiduo esercizio contribuisce validamente alla distruzione di una ditta tessile; professare un profondo disprezzo per i fornitori, garantire la mancanza di qualsiasi controllo sui costi di produzione, praticare il dileggio di maestranze e collaboratori e gestire il magazzino in una maniera che è eufemistico definire criminale.
Tutto questo, ovviamente, non è sufficiente a garantire il risultato. Un distruttore coscienzioso cercherà dunque di reperire complici in mezzo al personale, pagandone complicità e silenzio e rendendolo compartecipe da ogni punto di vista delle proprie scriteriate scelte. In particolare curerà con solerzia il reparto amministrazione, che più degli altri è per forza di cose a conoscenza di mascalzonate, tresche e furberie di ogni sorta.
Il colpo di fulmine tra Nerino Lanucci e Gianna Patrizi scoccò circa dieci anni prima dei fatti narrati, prima della repentina fine del Lanucci e della successiva scomparsa dell'azienda di cui era stato estroso ed incosciente padrone. All'epoca Nerino già spadroneggiava in Bellestoffe Tela e da tempo era considerato esasperante da molti soci e sinceramente odiato dalle maestranze. I primi avevano già capito di che elemento si trattasse e lo sopportavano perché il mercato tirava senza limiti e quello sembrava capace di vendere i classici frigoriferi agli eschimesi. Le seconde appena potevano davano le dimissioni ed abbandonavano Bellestoffe Tela col suo grottesco omùncolo-immagine e presunto genio commerciale.
Gianna Patrizi invece era un'oscura ma giovane (e sveltissima) impiegata della Datumstoff.
Nerino ebbe la costruttiva idea di portarsela dietro in un viaggio di "lavoro" in Pakistan, che comprendeva una tappa finale alle Seychelles piuttosto curiosa se pensiamo che i principali snodi pakistani sono tranquillamente raggiungibili con rotte ben più brevi e facendo scalo in località molto meno esotiche. Gli ultimi giorni di questo viaggio prolungato per sapiente caso servirono a Nerino per comprare per l'eternità la fedeltà personale di Gianna Patrizi, che da quel momento in poi avrebbe assecondato le sue nequizie e le sue ruberie; date le sue mansioni si sarebbe comportata come una delatrice ideale in ogni circostanza.
Chi ha letto "L'importante nella vita è farsi strada" ha trovato nelle prime righe una sommaria descrizione dell'aspetto fisico e dei comportamenti di Nerino Lanucci ed ha così un'idea di una parte dei compiti che Gianna Patrizi fu lieta di addossarsi, oltre che della loro natura. Insomma, i due finirono subito per abbandonarsi ad aperte fornicazioni sulla spiaggia, in bar e ristoranti in un posto magnifico e lontano da sguardi indiscreti.
O così credevano.
Non avevano messo in conto il fatto che il mondo è piccolo, praticamente un lavandino, e che di questi tempi non si sa mai chi si può incontrare, e dove.
Sfortuna volle che un tale residente in una città non troppo lontana da Campo ed in ottimi rapporti col cognato di Nerino fosse in vacanza proprio da quelle parti. Gaspare Melchiorri apprese divertito della tresca praticamente in diretta, roba che nemmeno le partite di calcio.
Il suo conoscente non omise alcun pornoparticolare.
Nerino e Gianna erano ancora sull'aereo che tutta Campo sapeva della cosa.
Tutta Campo, ovviamente, meno forse la moglie di Nerino, che almeno nel corso dei dieci anni successivi -e si tratta solo delle vicende note a chi scrive- avrebbe avuto a sopportarne anche di peggiori.

Il nuovo ruolo di Gianna Patrizi era senza dubbio ben remunerato, ma anche gravido di responsabilità: consisteva nel tenere d'occhio i consoci e soprattutto nel mascherare ammanchi e ruberie con una faccia tosta imperturbabile. Il rimanente del reparto amministrazione, allora per intero controllato dalla Datumstoff, non le lesinò silenti espressioni di disapprovazione e di biasimo e la marginalizzò abbastanza rapidamente. Le sue assenze pomeridiane del venerdi divennero abituali e solitamente commentate con sorrisetti ed allusioni.
Alcuni anni più tardi la Datumstoff venne chiusa ed il personale assorbito dalle altre ditte del gruppo.
I Padri Fondatori non avevano alcuna intenzione di ritrovarsi nuovamente Gianna Patrizi tra i piedi: ne aveva coperte e combinate troppe ed era l'occasione giusta per congedarla una volta per tutte.
Nerino fu veloce ad offrirle un ruolo nella Bellestoffe Tela; gli altri soci, Padri Fondatori compresi, non poterono far altro che ingoiare il rospo.
Cacciata dalla porta e rientrata dalla finestra, Gianna Patrizi non mancherà di corrispondere, negli anni a venire, la fiducia accordatale.

domenica 7 agosto 2016

Gestire un magazzino tessile: il segreto dell'insuccesso.

La distruzione meditata e metodica di un'impresa non può basarsi soltanto sulla devastazione della rete dei rappresentanti e sulla perdita di qualsiasi fiducia presso gli spedizionieri e presso i fornitori in generale. Devastare il magazzino del prodotto finito è altrettanto sostanziale: una sua pessima gestione faciliterà di molto la rottura dei rapporti con i soci e consentirà al pidocchio salito in gloria che nella vita si è sempre fatto largo a gomitate di rimanere più facilmente solo al comando, finalmente indisturbato a scialacquare con metodo ogni introito.
Alcuni anni fa la Premiata Ditta, allora compartecipata da più soci e denominata Bellestoffe Tela, fu chiamata a traslocare. Era pronto, a qualche chilometro dalla sede originaria, un immenso complesso di due edifici con magazzini sterminati e uffici pieni di marmi e cartongessi (soprattutto cartongessi), ori e princisbecchi (soprattutto princisbecchi).
Tutte queste circostanze hanno un qualche impatto sul turnover del personale. Mentre il sottoscritto imballava e inventariava stampanti, computer ed altri apparati di sua competenza, ebbe dunque ad assistere alla seguente scena.
Un signore entrato da poco nella nostra felice famigliola con il titolo di magazziniere andò tranquillo da Pino Pierini e con fare familiare gli affibbiò una forte pacca sulla schiena: "Sai cosa ti dico? Tu restaci pure, a lavorare qua dentro...!"
Dimissioni, sparizione.
Un breve giro di domande fece emergere una realtà smozzicata ma concreta: "...Eh, che vuoi, lavorare qui in magazzino, se uno non sa come deve comportarsi e pensa di dover fare un lavoro accurato..."
Svariati anni dopo, con la per nulla lagrimata scomparsa del padrone, emerse l'arcano.
O meglio, parte dell'arcano.
Il signor Lanucci aveva cura di scegliere il personale in modo oculato: nessuna obiezione, poche competenze, retribuzione commisurata alle competenze.
Un magazzino tessile, sia detto per chi non ne ha mai visto uno, è costituito da una serie di incastellature e scaffalature; vi predominano le cosiddette "gabbie", recipienti in ferro e truciolato che è facile spostare con i carrelli elevatori. Sparsi sugli scaffali e nelle gabbie ci sono gli articoli commerciati. In questo caso, pezze di tessuto di larghezza variabile tra il metro e quaranta e il metro e ottanta per una lunghezza tra i venti e gli ottanta, ciascuna avvolta su un'anima cilindrica di cartone. Esistono delle macchine imballatrici in grado di avvolgere nella plastica trasparente ogni pezza e di termosaldarne i lembi e le aperture, cosicché una pezza pronta per la spedizione ricorda una grossa caramella.
In ciascuna gabbia possono trovare posto svariate decine di pezze, per un totale di qualche migliaio di metri di prodotto finito.
Una gestione responsabile di un magazzino di prodotto finito, la cui stessa esistenza è la bestia nera di ogni imprenditore tessile perché denuncia la presenza di un invenduto le cui sorti sono potenzialmente incerte, prevede l'enumerazione dei materiali in entrata e dei materiali in uscita e l'inserimento dei dati nel sistema informatico gestionale. In pratica, se entrano in magazzino cinque pezze dell'articolo Steekutsie color verde pistacchio, una consultazione deve restituire cinque pezze con la debita matricola e la debita lunghezza. Quando una certa quantità di articolo Steekutsie verde pistacchio viene venduta, dal magazzino deve uscire la stessa quantità.
Ecco, nella Premiata Ditta questo non sempre succedeva, e non certo per trascuratezza od imperizia.
In magazzino entravano ed uscivano indeterminate quantità di materiali che sfuggivano ad ogni enumerazione e ad ogni controllo, oppure figuravano soltanto in ingresso andando a gonfiare il database di merce inesistente.
Come mai?
Presto detto. Non è che Nerino Lanucci avesse una concezione un po' particolare della collaborazione e della lealtà nei confronti dei soci in affari; semplicemente, non ne aveva alcuna.
I suoi rapporti privilegiati con Solyanka Moskowitz consentivano a Nerino di recepire in via informale da lei un ordine per -diciamo- cento pezze del suddetto Steekutsie verde pistacchio. Solyanka provvedeva a passare alla Premiata Ditta, stavolta formalmente, un ordine per cinquanta pezze, che erano quelle che risultavano su ogni movimento di magazzino e su ogni transazione. Le altre cinquanta, debitamente inviate e spedite con tutte le altre alla volta di Turkmenbashi o di Asghabad, venivano pagate a Nerino brevi manu e Nerino ometteva solitamente di informarne i soci. Il tutto, ovviamente, richideva una pronta complicità anche da parte del personale amministrativo, ed anche in questo caso non esisteva alcun problema perché anche i rapporti di Nerino con Gianna Patrizi erano da sempre improntati alla massima trasparenza, come avremo modo di vedere.
Anni ed anni di fruttuosi affari con la signorina -poi signora, poi signorina di nuovo- Moskowitz permisero a Nerino di incamerare (e di sperperare) cifre considerevoli alle spalle della torma di associati, che stanti quelle che parevano vacche grasse inesauribili lasciarono correre per moltissimo tempo. La farsa giunse al punto che in un anno imprecisato del millennio presente in contabilità figurò un movimento di molte decine di migliaia di euro in favore della signora (o signorina) Moskowitz, privo di qualsiasi giustificativo dal punto di vista del fatturato e delle provvigioni. A fronte di qualche domanda degli altri soci, dettata più da curiosità che da altro, Nerino non fece che stringersi nelle spalle ed asserire che la Solyanka aveva avuto bisogno di soldi e che aveva provveduto lui, con la generosità che gli era propria...